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Stabat, recensione di Andrea Caramanna

sabato, gennaio 13th, 2007

Sulle presenze leggere, luminose, errabonde, la mdp (macchina da presa) digitale costruisce i suoi mirabili sensi. Nei voli “dolly” a pelo sulla terra dell’uomo. Dalla luna, in soggettiva, fino al pianeta azzurro. Le luci creaturali si muovono, danzano nell’universo buio, poi si dirigono verso il Mistero di qualche territorio. In questa discesa c’è un pezzo d’Italia con Sicilia e Sardegna, più in là si scorge il Peloponneso, mentre il grande continente africano è coperto da nubi bianchissime. Giù sulla superfice del mare fino alla terraferma che s’apre nelle vastità desertiche pianeggianti e montuose fino alla culla delle civiltà, il Tesoro della Giordania, intriso di luce immensa e infinita. È sugli scalini del tempio che si materializza la presenza angelica: maestosa e sublime. Un momento assoluto di trascendenza raccontato dalla semplicità stupefacente del cromatismo digitale e dallo sguardo avvolgente che fissa il resoconto di un Mistero Eterno nel movimento circolare della mdp. Ne deriva un’aura magnifica e splendente, il corpo di un’immagine che basta a se stessa perché purissima nella sua immateriale poesia. Qui è svelato il senso della bellezza nel corpo benedetto di Maria, ma è solo un corpo diafano di donna dalle forme perfette. Con l’imprescindibile riferimento allo Stabat Mater pergolesiano: “La Madre addolorata stava in lacrime presso la Croce su cui era stato crocifisso il Figlio.

Stabat, a luciano de fraia short film

E il suo animo afflitto, inconsolabile e dolente era trafitto da una spada”. Gli angeli “addolorati” sono testimonianza di una venuta (necessaria) dell’Uomo e non simbolo religioso cattolico. Eccoli aggirarsi tra statue e dipinti egiziani e grecoromani, raccogliere il fiore (della civiltà) e custodirlo nel Temp(i)o. È qui che inizia tutto. La Storia può srotolare il suo tappeto di immagini su schermo: frames tra anonimi palazzi che lasciano sfavillare il cammino rutilante, volgare, osceno, dell’uomo. Più schermi tra vaste rovine, là dove la sabbia ha sostituito il mare, dal quale la luce non brilla più verso il Maschio Angioino di una Napoli disfatta. Vagano gli angeli ancora testimoni di sfacelo? Si fermano irrigiditi di fronte ad un corpo imbalsamato ai piedi di un carro armato? E c’è ancora la possibilità di salvezza nella resurrezione dell’anima, solo tempo nel tempo che scorre in tutte le direzioni. Solo cenno, bisbiglio, addio non per sempre, ritorno verso la fantasia dell’Umanità proibita. Come il debole segnale trasmesso e ricevuto da una televisione qualunque in un soggiorno qualunque… ma è sempre un piccolo segnale di vita ancora possibile, vero, concreto? Un segnale di vita che possa riemergere al di là del pianto che s’ode dietro i grigi muri…

Andrea Caramanna (Palermo, 1964) è critico cinematografico iscritto al
Sindacato nazionele critici cinematografici italiani. È
titolare della cattedra di Storia e Civiltà cinematografica presso
l’Istituto Superiore di Giornalismo a Palermo. Cultore delle materie di
storia e critica del cinema e audiovisivi collabora con il Dams (Dipartimento arte, moda e spettacolo) dell’Università di Palermo. È
redattore “storico” delle riviste telematiche “ReVision”
ed “Expanded Cinemah” . Ha scritto su quotidiani e riviste tra cui “Cahiers du Cinéma”, “Cinecritica”,
“Sentieri Selvaggi”.

Recensione “Stabat” di Umberto Rossi

sabato, gennaio 13th, 2007

La cosa che mi ha colpito sin dalla prima volta che ho visto Stabat di Luciano De Fraia, era ancora una copia in via di perfezionamento, è stata la commistione fra lo stupore per una gioiosa innocenza ancestrale e il dolore melanconico per la perdita di questa condizione di grazia causa la violenza degli uomini.

Uso consapevolmente questi termini di sapore religioso proprio perché penso a quest’opera come ad una sinfonia laica applicata ad un bisogno di fede, non necessariamente nel divino, che è alla base delle opere meravigliose che scorrono sulla scenografia e che, anche se dirute dal tempo o violate dalle macchine belliche, conservano pur sempre una loro straordinaria bellezza e un fascino indistruttibile.

Un altro elemento che mi ha commosso è il matrimonio fra una struttura ipermoderna, quale quella che nasce dalla grafica computerizzata, e una partitura musicale che richiama motivi religiosi e ritmi magici. Ancora una volta, dunque, un tessuto organizzato fra antinomie proficue: nuovo e antico, spiritualità e dolore. Stabat, frames

Umberto Rossi, critico cinematografico. E’ collaboratore del quotidiano L’Unità e delle riviste Cineforum , Segnocinema , Cinemasessanta , Film DOC , Gulliver , Cinemaya (India) e Kino (Polonia). E’ consigliere artistico dei festival di Istanbul, Setubal e Karlovy Vary. Ha pubblicato libri sui problemi economici del cinema italiano e studi sulle cinematografie Georgiana, Iraniana, Ungherese e Israeliana

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